Thursday, November 23, 2017

A MEZZO SECOLO, SI SFIDA IL TEMPO!…NOI UOMINI DURI!

Posted by Nomadpescara gennaio - 22 - 2012

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ANTEFATTO

E’ cominciato tutto la sera che abbiamo scelto il regalo da fare ad Orazio per i suo cinquantanni. Tra le tante cose abbiamo pensato ad un corso di sopravvivenza, che guarda caso si teneva il giorno successivo alla sua festa. Contattati l’istruttore, abbiamo formalizzato l’iscrizione e preparata la sorpresa.  Durante la festa, fatta in suo onore dai famigliari, abbiamo regalato ad intervalli tante piccole cose necessarie per partecipare al corso, lasciando per ultimo il vaucher con la convinzione che avrebbe dovuto parteciparvi da solo. Il mattino seguente, appuntamento nella sede Nomad di Cappelle dove ci ha trovato pronti per accompagnarlo in quest’avventura.

allsottoilvischio

Sede del corso Rosello in provincia di Chieti a cavallo dell’Abruzzo e il Molise. In perfetto orario abbiamo raggiunto questa località montana e conosciuto il resto del gruppo. Dopo un breve briefing, abbiamo scaricato lo zaino liberandolo della nostra quotidianità e lo abbiamo ricaricato in modo logico con solo il materiale veramente occorrente. Una sosta ad una fonte limpida ci ha permesso di riempire le borracce con acqua veramente fresca e soprattutto priva di additivi, vi assicuro veramente diversa da quella che siamo abituati a bere. Con le auto abbiamo raggiunto l’inizio di un sentiero e da lì è cominciato un trekking di qualche chilometro per raggiungere il campo base.

Durante la marcia l’istruttore ci ha insegnato a raccogliere alcuni tipi di erbe ed arbusti, che messi al di sotto dei nostri maglioni sarebbero serviti ad accendere il fuoco. Dimenticavo: le nostre provviste prima di partire si riducevano ad un pò di farina, una mela, tre noci, una tavoletta di cioccolata e qualche patata a testa…un pò poco per i nostri canoni, ma altrimenti che sopravvivenza sarebbe stata? Comunque dopo svariati chilometri, bacche e un frugale pranzo di mezzogiorno (una mela), arriviamo ad  un primo campo e guardate le capanne esistenti, con nostro rammarico, abbiamo proseguito all’inetrno del bosco, una abetaia bellissima. Avvistato il secondo campo ci hanno dato il benvenuto: qualche sparuta capanna lasciata lì da gruppi che ci avevano preceduto; un focolare di piertre; dei “letti” montati su palafitte con “comodi” materassi in corda intrecciati; panche di tronchi intorno al fuoco. Tutti pensavamo che avremmo potuto sfruttare le cose già fatte, invece sbagliavamo. L’istruttore spiegatoci come fare una capanna, si è ritirato lasciandoci il compito di costruirla. In gruppo abbiamo optato per un solo riparo collettivo ed individuato un albero semi caduto, abbiamo finito di abbassarlo a terra incurvandolo ad arco. Fissata l’estremità con una corda e un picchetto abbiamo montato le ordite longitudinali. Una attenta potatura dei rami bassi degli abeti, senza danneggiare le piante ha contribuito alla copertura e al pavimento del riparo. Trascorsa solo una’ora dall’inizio, avevamo un riparo. Il secondo step è stato imparare un’altra cosa necessaria per vivere in ambiente ostile, il fuoco, indispensabile per il calore, per il morale e per cucinare, cosa a noi già nota nelle fredde notti desertiche. Chiunque di noi, che pensava di accedere il fuoco con un normale accendino o fiammifero si sbagliava. Il fuoco è stato acceso rigorosamente con un acciarino e vi assicuro è stata veramente una emozione.  Tante volte l’abbiamo visto fare nei film, ma vi assicuro che vissuto di persona è incredibile. Proverò a descriverlo. Con le pagliuzze raccolte al mattino si è costruito una capanna, come quella del presepe, con quelle più sottili si è intrecciato un nido per l’innesco. Con un fungo, seccato in precedenza e soprattutto privo di umidità, che nasce sui tronchi ed ha un aspetto legnoso e con un acciarino, in dotazione ai corpi speciali militari, da cui, sfregando le estremità si ricavano scintille grandi e persistenti, si aspetta con pazienza ed un pò di fortuna che una scintilla entri in contatto con il fungo. Quando questo avviene si comincia a soffiare costantemente stando attenti a lavorare di sterno e non di soli polmoni, il tutto per non stramazzare al suolo stremati e in iperventilazione. Magia… dal fungo comincia a fuoriuscire fumo e quando è molto intenso si ricovera nel nido. Soffiando anche nel nido la brace si allarga, finchè le prime fiammelle balenano. Si sposta il tutto nella piccola capanna e dopo ancora qualche soffiata  il fuoco vive, gli occhi brillano e un meritato traguardo è stato raggiunto a fatica.

Mentre eravamo intenti a scoprire come accendere il fuoco è calata la sera che ci ha colto con la sua gelida temperatura vicino allo zero. Il fuoco è stato necessario e vitale.

L’istruttore ci ha invitato a costruire due spiedi, mentre dal suo zaino, a nostra insaputa, sono spuntati due conigli. Alla richiesta, noi di Nomad,  abbiamo costruito uno spiedo con tanto di manovella che ci ha permesso di cucinarli ad arte. Nelle gavette, con dell’acqua e farina abbiamo impastato un rudimentale pane che spiattellato a forma di frittelle abbiamo cucinato sotto le braci (tecnica a noi nota perchè imparata dai tuareg durante le permanenze nel deserto). Ancora qualche rudimento sulle tecniche di sopravvivenza e tutti a nanna. Notte gelida sotto lo zero ma all’interno del nostro riparo e nei sacchi a pelo siamo stati veramente bene.

Il mattino seguente riacceso il fuoco, abbiamo sorseggiato un infuso e abbamo fatto colazione con la barretta di cioccolata in dotazione. Trekking di orientamento fino ad un fiume dove abbiamo trovato il famoso fungo per accendere il fuoco. Qualche foto e di nouvo al campo. Nel frattempo si era fatto mezzogiorno. Mentre cucinavamo le patate nelle braci, l’istruttore, dal suo zaiono, ha tirato fuori un’altra sorpresa, mozzarelle di agnone appassite. Immediatamete infilzate e scaldate al fuoco hanno contribuito ad un conforto unico. Altre lezioni di tecniche di costruzione, di picchetti e ripari di emergenza dalla pioggia, hanno caratterizzato gran parte del pomeriggio. Rimesso tutto nello zaiono, a malincuore, abbiamo ripreso la strada del ritorno, qualche sosta e da lontano intravediamo le nostre auto. Nel rifugio di partenza, dopo aver sorseggiato un buon caffè  ci siamo congedati dal resto del gruppo.

Un grazie particolare all’istruttore Renato, molto preparato e molto in gamba. www.italiadventure.it

Dimenticavo, il nome che abbiamo dato al nostro gruppo è stato “A frà chi ti serv’?”

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